Maratona di Verona 2013

La maratona, ovvero la gara di corsa sulla distanza di 42,195 km, si chiama così perché rievoca un evento epico dell’antica Grecia: la corsa di Fidippide dalla città di Maratona all’Acropoli di Atene per annunciare la vittoria dei greci sui persiani nel 490 a.C.

La leggenda vuole infatti che Milziade, a capo degli eserciti di Atene, incaricò Fidippide di recare la notizia della vittoria ad Atene. Fidippide percorse l’intero tragitto, circa 40 km, di corsa senza mai fermarsi. Giunto a destinazione riuscì a gridare “Nenikékamen” (“abbiamo vinto”), ma subito dopo crollò al suolo morto, stremato dallo sforzo.

Il mio racconto inizia dalla sera prima del grande evento quando, passeggiando in piazza Bra con la mutti e Livia, intravedo il cartello con la scritta “KM 42″. Piena di emozione penso che dopo qualche ora, con un po’ di sudore e tanta tenacia, finalmente sarei passata da lì. Finalmente.

Tornate in albergo ci sistemiamo per il giorno dopo. Preparo la mia sacca seguendo minuziosamente i consigli di Livia, che è stata il mio angelo custode prima, dopo e durante la gara. Andiamo a letto, ma nella mia testa frullano mille pensieri. Chissà se ce la farò. Chissà come sarà.

Alle 5.45 suona la sveglia: salto in piedi e corro a prepararmi. Contro voglia butto giù una barretta energetica che la mutti e Livia mi costringono a mangiare, nonostante lo stomaco sia chiuso per la tensione. Sono tutta un fermento. Ci incamminiamo verso la fermata dei bus e una navetta diretta alla fiera ci passa davanti agli occhi. Aspettiamo la seguente, che arriva ma non accenna a ripartire. Sono le 7.28 quando l’autista esce dal bar in cui è andato a fare colazione. Io penso che alle 7.30 parte l’ultima navetta che dalla fiera porta alla partenza e maledico l’autista. Fortunatamente riesco a prendere l’ultimo autobus pronto a partire. Iniziano i problemi: salgo sulla navetta e mi accorgo che mi scappa la pipì. Più ci penso e più mi scappa. Come faccio? Inizio ad avere i sudorini.

Ma perchè ho bevuto così tanto??? Con enorme fatica arrivo fino a Sant’Ambrogio di Valpolicella, corro verso i bagni e mi trovo davanti ad una fila lunghissima. No, non ce la posso fare! Mi fiondo in un parcheggio, mi nascondo tra due auto e mi rilasso. Sul più bello un runner (uomo) spunta dall’auto davanti a me, si avvicina e mi offre la sua carta ingienica. Imbarazzatissima rispondo di no e corro a cambiarmi. I camion stanno per partire e io consegno la sacca appena in tempo! Mi dirigo alle griglie, individuo i pacers con i palloncini arancio (4h20′) nella griglia davanti a me. Accendo il garmin, mi sistemo e penso “Ok, ci siamo. Sono pronta”! Mi giro alla mia sinistra e vedo un’altra ragazza emozionatissima, tutta vestita di fucsia. Ci sorridiamo mentre sentiamo lo sparo.

Via!

Parto serena, mi guardo attorno. Il cielo è grigio ma non piove. I primi 2 km passano in un attimo, ma al terzo si realizza la mia paura più grande: il ginocchio inizia a fare male. Mentre comincio a preoccuparmi, alla mia sinistra spunta un gruppo di ragazzi vestiti di rosso; sulle magliette hanno scritto IO CORRO PER SIMONE e nel centro del gruppo vedo distintamente la carrozzina su cui Simone è sdraiato mentre incita i suoi compagni di squadra che lo spingono. “Degli angeli!” penso io. Mi commuovo. Butto giù le lacrime e penso che il mio ginocchio in fondo non fa poi così male. I ragazzi di Simone cantano; io sorrido e vado avanti. Dopo un km riesco a raggiungere i pacers arancio, capitanati da Alessio, giusto in tempo per la prima di tante salite. Inizio ad ascoltare i suoi consigli: diminuire il ritmo, poi aumentarlo in discesa per mantenere i battiti cardiaci, poi spingere sul piede sinistro perchè la strada è in pendenza, fermarsi 20 secondi al ristoro e bere 3 sorsi d’acqua. Arrivo al primo ristoro e una signora anziana (sarebbe stato meglio se fosse rimasta a casa a fare l’uncinetto) mi passa un bicchiere d’acqua, che mi cade clamorosamente dalle mani; invece di aiutarmi la signora mi insulta. I rimango pietrificata. Vado avanti, prendo un altro bicchiere e penso che non sarà di certo lei a rovinare la mia giornata. Alzo gli occhi e il cielo inizia a diventare azzurro. Sorrido e vado avanti. Lascio dietro di me i pacers alla seconda salita. Poi ce n’è una terza, una quarta.. Sono infinite!

In poco tempo arrivo al decimo km. Davanti a me ci sono solo due americani e un tizio che sembra Bill Clinton versione tarchiata, con una maglia verde fluo che porta il suo nome (Gigi) e quello della sua società (Le salamelle!). Sorrido e vado avanti. Ma il ginocchio è sempre lì che batte. Passo il quindicesimo e al dolore si aggiunge la fame: mi sarei mangiata una pizza! Penso alla mutti e a Livia e le benedico per avermi costretta a fare colazione!

Prendo una pastiglia energetica e attendo il ristoro (devo ammettere che il panettone sui tavoli mi ha fatto gola, ma alla fine ho optato per due pezzi di banana). Il cielo inizia a farsi grigio. Mi trovo in aperta campagna: nessuno a correre con me, nessuno a fare il tifo. Guardo le viti piene di uva. Mi sento sola. Inizio a ripetermi il mantra che Lucy mi ha inviato la sera prima, guardo la spilla appesa sul cuore che tentenna e mi dà il ritmo. Penso a come saranno emozionate Maria, Bianca e Lucy alla loro prima volta e in quel momento il mio ginocchio parte: una fitta fortissima e la gamba cede. “Non devo mollare” penso “Al 21esimo c’è Livia che mi aspetta”. Al km 18 inzia una salita lunghissima ed estenuante. Penso ad Erica e alla sua fatica a Venezia.

Penso a Livia che ne ha fatte tante e chissà se potrà farne ancora. Penso a Donata che ha avuto il coraggio di operarsi ed è ripartita meglio di prima. Penso ad Alessia che tra poco si troverà ad affrontare tutto questo. In un attimo mi trovo alla mezza e Livia è lì: una botta di vita! Vederla mi ha fatto proprio bene. Sorrido e riparto alla grande. Al 25esimo passiamo nel centro di un paesino: sono di nuovo vicina ai ragazzi di Simone e la folla è calorosissima. Purtroppo dura poco e in un attimo sono di nuovo sola: nessuno davanti, nessuno dietro.

Torna lo sconforto.

Penso che ce la posso fare: se la mattina sono riuscita a non farmela addosso sulla navetta, significa che la mia testa è più forte del mio corpo! Mi viene da ridere pensando al momento in cui vi avrei detto questa cosa. Ricomincio a sentirvi con me: penso a Valeria e alle sue parole dolci, a Michela e ai suoi sorrisi, alle dolcissime Paole e alle modenesi, alle nostre fantastiche ultramaratonete, ad Antonella che mi fa morire dal ridere e alla mia Laretta che mi sostiene sempre. Vi penso e vi sento con me. Rallento ma vado avanti fino al 28esimo. Lì inzia una viale lunghissimo a doppio senso. Vedo gli altri runners che sono già al 32esimo e mi prende una stanchezza infinita: mi fa male tutto, il ginocchio mi pulsa e mi viene da piangere.

Penso seriamente di fermarmi al trentesimo, poi mi ricordo di avere un gel di emergenza: lo butto giù e provo a resistere. Al trentesimo non mi posso fermare: lì c’è l’arrivo della Cangrande Marathon ed è tutta una festa! Il pubblico mi dà un po’ di forza. Bevo, mangio un po’ di banana e riparto. E’ difficilissimo, le gambe non girano e mi ritrovo davanti all’ennesima salita. Mi preoccupo di quando al 35esimo sbatterò contro il muro, senza rendermi conto che il mio è già arrivato e io mi ci sono spalmata sopra. Finisco con una fatica enorme la salita (quasi 2 km!). Il ginocchio fa malissimo ma le gambe ricominciano ad andare. Penso al motivo di tutta questa sofferenza, penso che fa parte del gioco, penso che nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile.

Sorrido di nuovo, questa volta con uno sforzo sovrumano. Inizia a piovere. Mi tiro su in gambaletti viola e continuo a correre mentre l’acqua batte così forte che faccio fatica a vedere di fronte a me. Corro in mezzo alle pozzanghere come i bambini. Penso a Simone nella sua carrozzina e penso che devo andare avanti: sono sola con i miei pensieri ma non mollo. Il ginocchio fa davvero davvero male, lo sento gonfio, ma non ho il tempo di preoccuparmi che mi accorgo di essere arrivata in città. Faccio un’altra salita e dietro l’angolo vedo la mia mamma che urla, e Livia e Lise. Che felicità!! Mi viene da piangere ma penso che non è ancora il momento. Sorrido e in un attimo il mio Garmin schizza a 5.30. Corro! Arrivo in piazza Bra, prendo un altro gel e so che mancano solo 5 km. Penso a quando Michela mia ha detto che sarebbero stati belli e faticosi come i primi 5. Me li devo godere. Entro in pieno centro, passo davanti all’osteria del mio ragazzo che lavora. Chissà come mi starà pensando! Nella mente rileggo il suo messaggio della sera prima “trova nel tuo cuore, oltre che nelle tue gambe, la forza per fare quello che vuoi e SAI fare”.

E’ l’ultimo sforzo. Faccio un ponte e arrivo al km 41. Giro e vedo l’ultima salita. Non ce la faccio, il ginocchio fa troppo male. Rallento, faccio qualche passo e vedo i ragazzi di Simone che si danno il cambio per fare l’ultimo km. “No, non mi posso fermare ora. Ho corso per 41km con loro e finirò con loro. Anche io corro con Simone oggi! Di certo non sono arrivata fino a qua per mollare proprio ora. E poi c’è la mia mamma che mi aspetta. Se non fosse stato per lei non avrei ma iniziato a correre: non posso deluderla!”. Cerco nelle gambe l’ultimo briciolo di forza, rifaccio il ponte, arrivo a Castelvecchio e un signore mi incita tantissimo “Guarda come sei fresca, sembra che hai corso 3km! Dai che sei arrivata!” Giro in via Roma, vedo la piazza in fondo alla via.

La gente fa il tifo, io chiudo gli occhi per un istante e alzo la testa al cielo. Sento la pioggia sulla faccia e penso che ci siamo: è il momento più bello della mia vita. In un attimo mi ritrovo in piazza, in mezzo ad un tifo strepitoso. I miei occhi incrociano il cartelllo con scritto KM 42. E’ lo stesso della sera prima, ma adesso ha tutto un altro significato! Non resisto più e scoppio in lacrime. Attorno a me tutti battono le mani E’ bellissimo! Inizia il tappeto rosso. Faccio gli ultimi metri ed entro in Arena. Alzo le mani al cielo e passo sotto il traguardo.

Come Fidippide penso “Nenikékamen”, “Abbiamo vinto!”. Abbiamo vinto noi, le Carine. Voi siete state con me dal primo all’ultimo km, mi avete dato la forza per andare avanti e mi avete fatto compagnia nei momenti più brutti. Dietro di me arrivano Simone e i suoi ragazzi. Mi mettono la medaglia al collo. Penso al senso di tutto questo, a quanto sia bello avere una passione così grande che ti spinge, alla soddisfazione impagabile di tagliare il traguardo. So con certezza di non aver mai sofferto tanto per ottenere qualcosa. Sorrido e mi godo i miei attimi di gloria. Adesso so cos’è la felicità!

Ingrid

(dedicato gruppo Vpmèc (Va piano ma è carina) – amiche di corsa e di vita)